Il Covid aumenta la frattura tra le generazioni? Con ago e filo ricucire i legami

Il Covid aumenta la frattura tra le generazioni? Con ago e filo ricucire i legami

In Italia si sta facendo largo un nuovo rancore sociale, alimentato da un’inedita voglia di precedenza generazionale nell’accesso alle risorse e ai servizi pubblici.

Secondo il rapporto dell’osservatorio Censis-Tendercapital[1], la pandemia ha aggravato una spaccatura intergenerazionale già presente: il 35% dei giovani (nati dopo il 2000) è convinto che sia eccessiva la spesa pubblica per gli over 65, dalle pensioni alle cure per la salute, e che sottragga risorse proprio alla generazione dei ventenni di oggi. Che poi gli over65 si siano guadagnati la pensione lavorando per 40 anni e versando i relativi contributi è un aspetto che un millenial su tre preferisce non prendere in considerazione oppure, non conosce.

Le conseguenze economiche della pandemia hanno coinvolto meno gli anziani: il 90,7% degli anziani nel lockdown ha continuato a percepire lo stesso reddito mentre i giovani hanno visto ridursi le entrate del 44,5% e gli adulti al di sotto del 65 anni del 45%.

Di tenore totalmente opposto la visione della vita da parte degli anziani che, anche se hanno visto morire tanti coetanei nelle RSA e negli ospedali, non si sono persi d’animo e guardano al futuro con un inedito ottimismo. Il 32,8% si dice ottimista, contro il 10,4% dei millennial e il 18,1% degli adulti. Analogamente, i longevi sono anche i più positivi sulle chance di ripresa dell’Italia (20,9%), mentre crolla in questo caso la fiducia dei millennial (4,9%).

Da una parte, allora, gli over 65, mediamente in buona salute, solidi economicamente, con vite appaganti e una riconosciuta utilità sociale, dall’altra i giovani.

Secondo lo studio, la pandemia ha aggravato talmente la spaccatura intergenerazionale che cinque giovani (nati dopo l’anno Duemila) su dieci (quasi il 40% della popolazione) ritengono che nell’emergenza sia giusto che i giovani siano curati prima degli anziani e vorrebbero la precedenza per le cure ospedaliere

A fronte di una disponibilità limitata di posti di terapia intensiva sono state date indicazioni di effettuare scelte e sacrificare il più vecchio o il già malato, colui che avrà meno possibilità di sopravvivenza a favore del più giovane e sano. La scarsità delle risorse, non certo naturale o da deficit tecnologico, ma derivante dalle politiche di tagli alla spesa sanitaria degli ultimi decenni, impone una logica di selezione del soggetto da salvare, contrapponendo giovani e vecchi e sani e malati.[2]

In un bell’articolo[3] la giornalista Marina Corradi così scrive:

“E d’altra parte capisci anche quelli che hanno vent’anni e la loro voglia di vivere che, costretta per mesi come da una diga, ora sale e tracima. Una generazione di adolescenti e giovani, esodata da scuole e università e luoghi di lavoro, chiusa in casa da marzo a maggio davanti a pc diventati ormai insopportabili, non trattiene l’ansia di riprendersi i mesi di vita ‘rubata’.

Ma un altro sentimento pervade le stesse città. È quello di una parte almeno dei cittadini più anziani, che pensano ai coetanei morti, guardano alle statistiche e si sentono quasi dei sopravvissuti.  Stringono il cuore questi uomini e donne con i capelli bianchi, smarriti come non li hai visti mai. E tuttavia ti colpisce lo sguardo con cui seguono un gruppo di ragazzine che passa per strada vociando, con la mascherina sotto il mento; o il piccolo manipolo che alle sette di sera riassapora l’happy hour ai tavoli dei bar all’aperto, riempiendo la via di risate.  Sono però sguardi severi e anche quasi acri, quelli di alcuni anziani ai giovani. Ci percepisci dentro ostilità, sotto a un ampio fondo di paura. Come se il pensiero non detto fosse: “voi ci mettete a rischio, con le mascherine abbassate e i vostri assembramenti. Voi, irresponsabili, non pensate a quanto rischiamo noi, se il virus torna.” Ma, se i ragazzi dovessero rispondere, direbbero magari bruscamente che sono stati prigionieri per mesi e che hanno voglia di stare con gli amici, di ridere, che hanno voglia di tornare a vivere. E lo direbbero con, nella voce e negli occhi, il tono di chi si riprende un suo diritto.

Una tensione fra generazioni, intimamente spinte in direzioni opposte: negli anziani un’indicibile paura di morire, nei ragazzi, che si credono invulnerabili, quella di non poter vivere come prima. E come un’ombra di risentimento tra gli uni e gli altri. Ma la stessa ombra abita nei ventenni senza lavoro, o sottopagati, o eterni precari, quando osservano che chi è vecchio oggi ha almeno la pensione, e loro forse non l’avranno mai. Ciò che oggi divide pare più concreto e più triste: il lavoro e il benessere che i giovani non avranno, la salute e la vita che i vecchi vogliono conservare. In un dialogo in cui non ci si sta a ascoltare.

Bello sarebbe poter guardare le coppie canute di questo amaro 2020, il loro incedere lento, e provare tenerezza; e ascoltare le voci e le risate dei ragazzi, la sera, e rallegrarsi per loro. Come fossero, gli uni e gli altri, tutti padri e figli nostri. Come riuscendo a averli tutti a cuore. “

Questa frattura nella relazione tra le generazioni è una ferita molto profonda della nostra società, costituita non solo da un’interruzione della trasmissione culturale, ma, per alcuni aspetti, da una vera e propria contrapposizione, che la pandemia sembra acuire.

Le crisi drammatiche hanno, però, una capacità inedita di appellarsi alle coscienze e di risvegliare anche le più addormentate invocando una responsabilità concreta. Riorganizzando la propria vita tenendo presente il limite, la debolezza propria e degli altri, si progetta una vita più umana. È allora da qui che occorre ripartire e con ago e filo come dei sarti, ricucire gli strappi, le ferite di questo nostro mondo malato[4].


[1] Cfr. “La silver economy e le sue conseguenze nella società post Covid-19”. Osservatorio Censis-Tendercapital sulla “silver economy”  

[2]Le raccomandazioni della Società Italiana di Anestesia Analgesia e Terapia Intensiva (Siaarti ) suggeriscono implicitamente che sia inevitabile il sacrificio di moltissimi anziani a causa dell’età stessa e della loro co-morbidità. Esse affermano: Può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in TI. Non si tratta di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più̀ probabilità di sopravvivenza (…) intesa come sopravvivenza individuale, per lasciar cioè posto ai più giovani. Così però la vita dell’individuo prende valore dal suo orizzonte di futuro, dalla sua durata. Ma lasciar morire gli anziani perché le loro prospettive di vita sono piú brevi, è un approccio discutibile sul piano etico: è un negare il valore o l’intensità di un’esistenza perché il tempo che le è concesso è ridotto.

[3] Corradi Marina, Non sia guerra di generazioni. Vecchi e giovani nel dopo-lockdown, Avvenire venerdì 10 luglio 2020

[4] Espressione tratta dal momento di preghiera in tempo di epidemia di papa Francesco a S.Pietro il 27 marzo 2020. In www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20200327_omelia-epidemia.html

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