La badante è la soluzione migliore?

La badante è la soluzione migliore?

Ho un nonno di 87 anni; da quando è morta la nonna non vuole più stare da solo, neanche per poco tempo. Non è malato, sta bene, è autonomo nelle sue cose. 
Lui e la nonna hanno avuto 5 figli che gli sono stati molto vicini dopo la perdita. Alcuni l’hanno ospitato a casa loro per farlo sentire meno solo e più amato. Hanno modificato le proprie abitudini, le esigenze familiari e gli impegni lavorativi ma dopo poco lui ha voluto ritornare a casa sua. E così è stato. Ma non è mai contento lo stesso, telefona continuamente a tutti esasperandoli, si sente abbandonato, non prende le medicine per una forma depressiva diagnosticata… Questa situazione è logorante per tutti!
Alcuni figli pensano che una badante potrebbe essere la soluzione, altri per ragioni economiche, non sono d’accordo. Mia madre è sfinita dai sensi di colpa e dalle difficoltà nel gestire una cura che non le lascia un attimo per sè. Mio nonno la badante non la vuole assolutamente,quando se ne parla diventa aggressivo e sgradevole.
Ma la badante è davvero la soluzione? Se si, cosa possiamo fare per farla accettare al nonno?

Il primo punto importante della sua lettera è il lutto che il nonno ha subito.
La perdita del legame tra due coniugi di età così avanzata è qualcosa che scardina profondamente la vita di chi sopravvive. E’ un dolore che minaccia la capacità stessa di continuare a vivere: oltre al vuoto lasciato dal coniuge deceduto occorre, infatti, fare i conti con la necessità e la capacità di ritrovare un altro equilibrio, diverso da prima. Indipendentemente dal legame che c’è stato tra i due, in una coppia, negli anni, si viene a consolidare una divisione di ruoli e di compiti nella vita sia relazionale che organizzativa, in casa e fuori. La modifica forzata di questo assetto, per l’assenza di uno dei membri della coppia, comporta per l’altro, uno squilibrio forte e la necessità di modificare qualcosa che era ormai diventato un “modo di essere”, parte della propria identità. Tutto ciò in una fase della vita, la vecchiaia, dove ogni cambiamento provoca fatica,confusione, incertezza, talvolta vera e propria paura.

Il nonno è sì una persona fisicamente autosufficiente e senza particolari patologie invalidanti ma, emotivamente, è un uomo sofferente e spaventato. Il medico ha dato una cura farmacologica: è molto importante che venga seguita con costanza e precisione. Occorre il monitoraggio da parte di qualcuno!
La costante insoddisfazione/insofferenza del nonno può essere un altro sintomo della depressione diagnosticata. Sintomo che, però, potrebbe accentuare un carattere forse da sempre accentratore e/o autoritario. Oppure potrebbe essere l’unico modo che suo nonno ha trovato in questo periodo per esprimere inquietudine profonda e ansia davanti all’equilibrio interiore perduto per l’assenza di colei che era diventata l’”altra metà di sé”.
Ogni lutto richiede un tempo cronologico ed un percorso interiore per essere elaborato. Talvolta questo percorso non si è in grado di farlo da soli, può essere necessario un supporto psicologico; alcuni colloqui potrebbero consentire a suo nonno anche di ri-attivare il riconoscimento e la valorizzazione delle proprie capacità, cosa che oggi non sembra più riuscire a fare.

Un grande affetto ha guidato finora questo team familiare nel sostenere gli sforzi, organizzativi ed emotivi. Ma la fatica, fisica, emotiva e relazionale (per es. trovare un accordo sulle scelte da fare tra fratelli) che ciò ha comportato sembra oggi più grande e insopportabile: si sta trasformando in malessere e logoramento di fronte all’esito insoddisfacente dei molti sforzi compiuti.
La mancanza di riconoscimento delle proprie necessità di adulti, dei propri spazi di vita lavorativa e affettiva, l’assenza di moti di gratitudine, la presenza di modalità comunicative sgarbate e brusche sono esperienze che feriscono profondamente chi fa di tutto per essere d’aiuto, provocano fughe dall’accudimento o reazioni di auto-colpevolizzazione improprie. Sono forme di mal-trattamento psicologico. Tutto ciò non predispone al proseguimento degli interventi di accudimento e sostegno.
Vediamo, ora, però anche l’aspetto positivo che questo gruppo di fratelli/sorelle/nipoti sta vivendo. Il primo elemento positivo è che si è creata comunque una forma di collaborazione di gruppo: il numero elevato di persone coinvolte rende il carico della cura divisibile su più spalle. Inoltre non diamo per scontata ed automatica la creazione di un team familiare di cura, non è sempre così! Occorre riconoscersi il merito quando ciò avviene perché vuol dire che si è riusciti a mettere in campo rapporti positivi e costruttivi tra adulti, superando magari conflittualità legate al passato. Si è, inoltre, riusciti a gestire tutto ciò all’interno di un periodo difficile per tutti, visto che il lutto riguarda la perdita anche della propria madre.
Inoltre, è entrata qui in campo anche un’altra generazione, la sua, di nipote. I legami tra nonni e nipoti sono legami diversi da quelli tra figli e genitori: diverse le relazioni affettive e gli elementi di conflittualità, diverse le strategie per affrontarli, efficaci proprio per il diverso rapporto affettivo e generazionale. Anche questa può essere un’opportunità da mettere in campo!
Il ricorso all’aiuto di una badante è una delle soluzioni possibili, ma certamente non è l’unica soluzione! Lo stesso team familiare, o solo coloro che lo ritengono utile, potrebbe trovare un aiuto, emotivo e non solo, tramite la partecipazione a gruppi di auto-aiuto per familiari di anziani.

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