Invecchiamento attivo: chi è costui?

Invecchiamento attivo: chi è costui?

Il processo di invecchiamento è un tema sempre più di stretta attualità visto che in Italia le persone con più di 60 anni aumentano al ritmo di 2 milioni all’anno e che, entro il 2050, sarà triplicato il numero di cittadini con più di 85 anni. Fin qui niente di nuovo.

Sempre più spesso, però, sentiamo parlare di “invecchiamento attivo”. Cosa vuol dire e quando nasce l’esigenza di attribuire tale aggettivo ad un processo naturale ed inevitabile come l’invecchiamento?

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’invecchiamento attivo è un processo di ottimizzazione delle opportunità relative alla salute, partecipazione e sicurezza, allo scopo di migliorare la qualità della vita delle persone anziane”.

Ma siamo sicuri che l’unico scopo dell’invecchiamento attivo sia migliorare la vita degli anziani?

L’invecchiamento attivo è certamente un “processo di ottimizzazione” ma non solo per gli anziani. Come sottolinea la WHO: “Siamo di fronte al più grande cambiamento demografico mai accaduto prima d’ora nella storia. L’invecchiamento globale della popolazione comporterà richieste sociali ed economiche alle quali bisognerà fare fronte. Mantenere la popolazione attiva è dunque una necessità non un lusso[1]

L’OMS ha messo a punto un piano strategico, l’Active Ageing, per creare le condizioni per un “invecchiamento attivo” molto prima del raggiungimento dell’età anziana. “Salute, Partecipazione e Sicurezza delle persone anziane” sono i tre pilastri dell’Active Ageing. Lo scopo è sostituire le vecchie politiche che considerano le persone anziane come soggetti passivi, soli e depressi con politiche che riconoscano ad ognuno il diritto e la responsabilità di avere un ruolo attivo e partecipare alla vita della comunità in ogni fase della vita, compresa l’età anziana.

Di Invecchiamento Attivo si parla da diversi anni a livello europeo, perché considerato uno strumento utile per contribuire a risolvere alcune delle principali sfide legate all’invecchiamento della popolazione: società nel suo complesso, organizzazioni e singoli individui.

Sono molteplici le ragioni per cui si promuove l’invecchiamento attivo:

  • demografica: l’Europa sta invecchiando ed è sempre più longeva, e ciò è ancor più vero in Italia;
  • economica: un numero sempre maggiore di persone in età anziana, se non “produttive” in qualche modo, peserebbe su un numero sempre minore di persone più giovani;
  • culturale: diversamente da quanto in parte poteva avvenire in passato, un numero crescente di anziani oggi vuol essere tutt’altro che inoperoso, ha anzi interessi di ogni genere ed è motivato a mantenersi in qualche modo partecipe e solidale;
  • sociale e psicologica: numerosi studi hanno sottolineato vantaggi, a livello di benessere psicologico, di qualità della vita e di inclusione sociale;
  • salute fisica, in termini di meno malattie e minor presenza di comorbidità (più malattie in contemporanea).

I benefici sperimentati a livello individuale possano poi ripercuotersi positivamente anche sull’intera a società. Solo per fare due esempi: primo, l’apporto produttivo derivante dall’attività delle persone anziane (sul mercato del lavoro, come volontariato, in forma di tutoring, etc.), secondo, il contenimento della spesa per servizi socio-sanitari e consumo di farmaci, come conseguenza del loro minor utilizzo da parte di chi si attiva in forme di invecchiamento attivo.

Il 2012 è stato l’Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà intergenerazionale. L’Unione Europea indica quattro aree principali nelle quali agire: l’ambito lavorativo, la partecipazione sociale, la salute ed il mantenimento dell’autonomia, la solidarietà tra le generazioni. Si è individuato anche l’Indice di Invecchiamento Attivo chemisura la possibilità̀ degli anziani di realizzarsi in termini di

  • autonomia,
  • occupazione,
  • partecipazione sociale e culturale.

Gli indicatori utilizzati sono: il tasso di occupazione, lo svolgimento di attività̀ di volontariato, la partecipazione politica, lo svolgimento di esercizio fisico, l’accesso ai servizi sanitari ed infine la sicurezza economica. Altri indicatori valutati sono strettamente correlati all’ambiente esterno e quindi: l’aspettativa di vita, il benessere psicologico, l’uso delle tecnologie.

Secondo questo indice l’Italia è al 15esimo posto su 27 Stati Europei.

Qual è la situazione in Italia rispetto alle politiche sull’invecchiamento attivo?

Facendo tesoro delle esperienze di altri Paesi, in Italia ci si sta muovendo per gettare le basi per la costruzione di un coordinamento partecipato per promuovere politiche ed interventi sul tema dell’invecchiamento attivo. Nel 2018 è stato sottoscritto un accordo di collaborazione tra il Dipartimento per le politiche della famiglia (Presidenza del Consiglio dei Ministri) e IRCCS-INRCA[2] per costruire un quadro condiviso di azioni e iniziative sul tema dell’invecchiamento attivo. Per esempio, realizzare delle linee guida, sviluppando un modello integrato di intervento che rafforzi la centralità territoriale e che favorisca il coordinamento tra i diversi settori istituzionali, enti pubblici e privati, terzo settore e società civile impegnati sul tema. Si intende costruire un sistema sociale di benessere che valorizzi l’invecchiamento attivo come strumento di inclusione sociale, solidarietà intergenerazionale e coesione sociale in un’ottica di sviluppo sostenibile.

Un esempio interessante è l’istituzione, in Veneto, del Servizio Civile per persone anziane che prevede il loro coinvolgimento nel lavoro delle pubbliche amministrazioni attraverso attività quali: animazione; gestione, custodia e vigilanza di musei, biblioteche e parchi pubblici; conduzione di appezzamenti di terreno i cui proventi sono destinati ad uso sociale; iniziative volte a far conoscere e perpetuare le tradizioni di artigianato locale; assistenza culturale e sociale negli ospedali e nelle carceri; interventi di carattere ecologico nel territorio.

Negli ultimi decenni, è aumentata progressivamente l’aspettativa di vita in Italia: le donne arrivano in media a 84,9 anni, gli uomini a 80,2. Molto è dovuto alle scoperte in ambito medico e alla sempre migliore condizione d’igiene personale e ambientale. 

La nuova sfida consiste nel conservare il più a lungo possibile la libertà dalla malattia. Ognuno di noi è responsabile per il 70% del proprio invecchiamento, ha il dovere morale e socio-economico di migliorare il proprio modo di pensare e agire mantenendo una vita sociale attiva, aperta al confronto e alla condivisione con gli altri. L’emotività che i rapporti sociali mettono in moto funge da vero e proprio anti-età per il corpo e per la mente.


[1] WHO – World Health Organization (2002)

[2] Istituto Nazionale di Riposo e Cura per Anziani, Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico a rilevanza nazionale di Ancona che ospita il Centro di Ricerca Socio-Economica per l’Anziano.

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